Articolo di Simone Siviero - Storie in spalla

Il bosco dorato: la fioritura dei maggiocondoli

I maggiociondoli sbocciano i primi giorni di giugno regalando uno spettacolo dorato sulle nostre montagne in Val di Susa. Non perderti l’occasione di camminare tra i sentieri in questo periodo.

Una strada tortuosa sale da Villar Focchiardo passando in mezzo a vecchi castagneti fino a raggiungere le antiche pietre della certosa di Montebenedetto. Le vacche pascolano placidamente nelle radure che si aprono nel tessuto della faggeta e si stendono a ruminare all’ombra di frassini imponenti.

Qui ancora circola la leggenda che racconta di come i monaci certosini, venuti quassù nel medioevo a cercare un eremo montano in cui meditare e vivere nel silenzio e nella preghiera, abbiano, un giorno, perduto nel torrente delle bocce d’oro.

Nessuno ha mai trovato quel tesoro, ma in giugno, se dalla certosa si sale il sentiero verso Piansignore, l’oro è nei fiori dei maggiociondoli.

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11/06/2023 Escursione da Villar Focchiardo alla Certosa di Montebenedetto

Maggiciondolo Val di Susa - Fiori e Natura (3)

Caratteristiche del maggiociondolo

I maggiociondoli sono piccoli alberi o arbusti che non superano i 10-15 metri di altezza, a seconda della specie.
Sono alberi decidui, che in autunno perdono le foglie, dalla caratteristica forma trifogliata, portate su rami arcuati ascendenti.

Amano posizioni soleggiate o di mezz’ombra, come i pascoli, che, da brave piante pioniere, possono invadere, come è successo qui, a Piansignore, dove si è creata una boscaglia quasi pura che in giugno si accende di un giallo intenso.

Due sono le specie di maggiociondolo: maggiociondolo comune o Laburnum anagyroides, che cresce dai 300 ai
1300 m sul livello del mare, e maggiociondolo alpino o Laburnum alpinum, un po’ più piccolo, ma in grado di allignare dai 1000 ai 2000 m. Sono specie assai simili, tanto che la tradizione popolare piemontese non le distingue, chiamandole entrambe con nomi come lamburn, arburn, asburn, arburu, ambar, aburn, dagalin. Un occhio un po’ più attento potrà però notare che i rami giovani del maggiociondolo alpino sono glabri, privi di peli, a differenza di quelli del suo cugino di bassa quota.

Il legno di entrambe le specie, protetto da una corteccia liscia di colore bruno verdastro che tende a fessurarsi negli esemplari più vecchi, è composto da un alburno più chiaro e da un durame bruno scuro, molto pesante e resistente, apprezzato un tempo per lavori di tornitura e di intaglio e come sostituto nostrano dell’ebano. Pare che anche le streghe lo apprezzassero, per farci i manici delle loro scope volanti.

I fiori del maggiociondolo

Appartenente alla famiglia delle Fabacee, o Leguminose che dir si voglia, i fiori del maggiociondolo, riuniti in
lunghi racemi penduli, sono caratteristici della famiglia: la maggior parte delle leguminose – dal trifoglio al glicine, dal fagiolo alla ginestra – li ha così. C’è un petalo centrale, grande, detto vessillo, che ricorda un po’ la vela di una nave; al di sotto del vessillo, due petali laterali si allargano, come ali (e ali sono per l’appunto chiamati), a destra e a sinistra della carena, composta da due petali fusi insieme che assumono la forma dello scafo di una barca e che proteggono stami e pistillo.

Una volta impollinati dagli insetti, i fiori lasciano il posto a legumi scuri che permangono sulla pianta per tutto
l’inverno.

La capacità di fissare l’azoto

Come tutte le leguminose, il maggiociondolo è una pianta in grado di migliorare il suolo in cui cresce apportandovi azoto in forme assorbibili dalle radici delle piante. Per essere precisi, non sono esattamente le piante delle leguminose a svolgere questo compito, ma alcuni batteri, detti rizobi, che vivono in simbiosi con loro, formando delle colonie nelle loro radici, e che hanno la capacità di fissare nel suolo l’azoto atmosferico.

La tossicità del maggiociondolo

Le api apprezzano i fiori dei maggiociondoli per il polline e il nettare; gli uccelli gradiscono frutti e semi; gli ungulati selvatici talvolta ne brucano le fronde. E tuttavia per gli esseri umani il maggiociondolo, sia quello comune sia quello alpino, rimane tossico in tutte le sue parti. Anche un solo seme è in grado di provocare vomito, crampi e sudori freddi; quantità più elevate possono causare anche il coma e la morte.

Un “sosia” pericoloso

Proprio questa sua spiccata tossicità fa sì che ogni tanto il maggiociondolo finisca sulle pagine dei giornali, come si può vedere, ad esempio, qui. Questo perché, a volte, la forma dei fiori può trarre in inganno il raccoglitore inesperto, che scambia i racemi di maggiociondolo per quelli di robinia (Robinia pseudoacacia). 

La robinia, impropriamente detta anche acacia, ha però i fiori bianchi, e non gialli – per non parlare del resto della pianta, che è completamente diverso dal maggiociondolo. Per inciso, anche la robinia è una pianta tossica: i fiori sono l’unica parte commestibile. 

Del maggiociondolo, invece, non si consumano nemmeno i fiori. Tanto vale, allora, lasciarli sulla pianta, perché tutti li possano ammirare passeggiando sotto le sue fronde in un caldo pomeriggio di fine primavera.

STORIE IN SPALLA - Simone Siviero - Guida Ambientale Escursionistica e Scrittore

Autore di Visit Val di Susa

Simone Siviero è nato a Torino, ma, dopo una laurea in filologia e una in tecniche erboristiche, ha deciso di rifugiarsi tra i boschi e le montagne della Valle di Susa, dove vive e lavora come Guida Escursionistica Ambientale (storieinspalla.it) portando la gente a curiosare fra i sentieri. Quando non ha gli scarponi ai piedi, lo si può trovare in giardino a curare l’orto o alla scrivania a tradurre o sistemare libri altrui oppure a scriverne di suoi.

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di Simone Siviero

Mettiamoci in cammino lungo la strada che, da Torino, risale la Valle di Susa fino alle punte innevate del Tabor da un lato e dello Chaberton dall’altro. Camminiamo lungo la strada, ma camminiamo soprattutto lungo i suoi sentieri, in mezzo ai boschi, lungo i laghi e per borgate dimenticate. Scaliamo le montagne ed entriamo, in punta di piedi, nei luoghi sacri. Ma, soprattutto, fermiamoci ogni tanto. Sediamoci su un sasso ad ascoltare cosa racconta il vento, o la risata della neve che si scioglie.

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